Quando nel 2022 la Formula 1 ha inaugurato la rivoluzione tecnica basata sul ritorno dell’effetto suolo, nessuno nel paddock si aspettava di dover fare i conti con un vecchio spettro degli anni Settanta e Ottanta. Eppure, sin dai primi test invernali di Barcellona, le nuove monoposto hanno cominciato a sussultare violentemente in fondo ai rettilinei. Quel moto oscillatorio ritmico e violento, ribattezzato porpoising per la somiglianza con il nuoto cadenzato delle focene, ha ridefinito le gerarchie tecniche della griglia, trasformando una sfida aerodinamica in un rompicapo ingegneristico e in una tortura fisica per i piloti.
La fisica del rimbalzo: tra effetto Venturi e stallo aerodinamico
Il principio alla base delle moderne vetture a effetto suolo sfrutta i canali Venturi ricavati sotto il fondo vettura. L’obiettivo è generare deportanza pulita accelerando l’aria attraverso un restringimento della sezione del fondo, creando una drastica depressione che “risucchia” la monoposto verso l’asfalto. Tuttavia, la fisica dei fluidi presenta un confine sottile tra l’efficienza estrema e il collasso aerodinamico.
Con l’aumentare della velocità sul dritto, il carico aerodinamico cresce esponenzialmente, comprimendo le sospensioni e schiacciando la vettura sempre più vicino al suolo. Nel momento in cui il fondo tocca o sfiora criticamente l’asfalto, il flusso d’aria viene strozzato: la lamina d’aria ristagna, i vortici sigillanti collassano e il diffusore entra in stallo aerodinamico. Senza più carico a tenerla incollata a terra, l’energia elastica immagazzinata dalle rigide sospensioni moderne scatta istantaneamente, sollevando la scocca. A quel punto il canale d’aria si riapre, il carico ritorna all’istante e il ciclo ricomincia da capo, innescando una risonanza che può raggiungere frequenze tra i 3 e i 5 Hertz.
“Il porpoising non è solo una perdita di decimi sul giro: è una violenta contraddizione tra l’ambizione teorica delle gallerie del vento e la cruda realtà dinamica dell’asfalto.”
L’impatto sul corpo del pilota e il compromesso prestazionale
Non si tratta di una questione meramente teorica: l’effetto sul cronometro e sul corpo umano è stato devastante. A frequenze così elevate, i piloti subiscono accelerazioni verticali nell’ordine di svariati G ripetuti centinaia di volte al giro. Il Gran Premio di Baku 2022 è rimasto impresso nella memoria collettiva per le evidenti difficoltà fisiche accusate da campioni come Lewis Hamilton, costretto a uscire dolorante dall’abitacolo a causa dei micro-traumi spinali e della visione sfocata indotta dalle continue vibrazioni.
Per arginare il fenomeno, gli ingegneri sono stati costretti a scendere a compromessi dolorosi per il rendimento cronometrico:
- Aumento dell’altezza da terra: alzare la vettura di appena pochi millimetri riduce la tendenza allo stallo, ma vanifica gran parte della deportanza generata dall’effetto Venturi, costringendo ad aggiungere ala convenzionale e generando dannoso drag.
- Irrigidimento delle sospensioni: bloccare l’escursione verticale previene il fenomeno, ma rende le monoposto inguidabili sui cordoli e disastrose nella gestione dell’usura degli pneumatici.
- Deformazioni controllate del fondo: l’introduzione di intagli, flap e labbra flessibili lungo i bordi esterni per scaricare la pressione prima che raggiunga la soglia critica di rottura del flusso.
L’intervento della FIA e l’eredità tecnica della Red Bull
La gravità della situazione ha spinto la Federazione Internazionale dell’Automobile a intervenire per ragioni di sicurezza tramite la direttiva tecnica TD039, introducendo l’AOM (Aerodynamic Oscillation Metric), un parametro che fissa un tetto massimo alle oscillazioni verticali permesse a bordo prima di incorrere in sanzioni. Nel 2023, l’imposizione di un innalzamento dei bordi del fondo di 15 millimetri ha definitivamente rimodulato i flussi aerodinamici.
L’aspetto più affascinante di questa vicenda tecnica rimane tuttavia il divario tra i team. Mentre scuderie storiche come Mercedes e Ferrari sono rimaste intrappolate per mesi nella spirale del porpoising (e del suo correlato meccanico, il bouncing), la Red Racing guidata dal genio aerodinamico di Adrian Newey ha bypassato quasi totalmente il problema fin dalla prima gara. Grazie a una profonda comprensione della cinematica delle sospensioni pull-rod/push-rod e a una gestione impeccabile dell’antidive e dell’anti-squat, la vettura di Milton Keynes ha dimostrato che dominare l’effetto suolo non significa combattere l’asfalto, ma dialogare con esso.



